3 giugno 2025
COLLEGE PARK, Maryland, USA — La Cattedra bahá’í per la Pace nel Mondo presso l’Università del Maryland ha contribuito all’organizzazione di un convegno che ha visto riuniti studiosi e artisti per una disamina delle radici del razzismo e dal quale è emerso che il presupposto per una giustizia duratura non è solo il contrasto al pregiudizio, ma il superamento dell’idea stessa di “razze” umane separate.
L‘evento online, “Abolire il razzismo: creare un futuro senza razza“, ha attirato circa 200 partecipanti provenienti da 18 Paesi per una disamina del concetto definito dalla Cattedra l’”eliminativismo razziale”, secondo il quale porre fine al razzismo richiede lo smantellamento della nozione stessa di “razza”.
Nell’arco di 13 anni di studi della Cattedra bahá’í sul razzismo come barriera alla pace, la questione ha richiamato sempre maggiore attenzione, ha detto Hoda Mahmoudi, titolare della Cattedra.
«Per tredici anni, ci siamo accostati al razzismo da varie angolazioni», ha affermato. «Ma ora stiamo prendendo in esame un punto cruciale: che la razza è un costrutto creato dall’uomo», ha spiegato. «Finché noi manteniamo questa parola nel nostro vocabolario come divisore, noi aggiungiamo un’altra barriera alla pace».
Il dottor Mahmoudi ha spiegato che il convegno ha messo in risalto diversi principi spirituali essenziali per affrontare il pregiudizio, tra questi l’unità del genere umano, la ricerca indipendente della verità e l’armonia tra scienza e religione.

Fondata nel 1993, la Cattedra bahá’í si prefigge di trattare cinque temi che considera essenziali per rimuovere gli ostacoli alla pace: il razzismo strutturale e le cause profonde del pregiudizio; la natura umana; l’emancipazione delle donne; la governanza e la leadership globali; e il degrado ambientale. Attraverso la ricerca, le pubblicazioni e i programmi educativi, la Cattedra promuove il dialogo e approfondisce la consapevolezza dei prerequisiti per un futuro più armonioso.
Mettere in discussione le classificazioni razziali
Il biologo Joseph Graves Jr. della North Carolina A&T State University ha dimostrato che la diversità genetica tra gli esseri umani è troppo insignificante per suffragare le “razze” biologiche. Il dottor Graves Jr. ha dichiarato: «La nostra FST (misura della differenziazione della popolazione dovuta alla struttura genetica) è piuttosto esigua, circa 0,15».
Ha inoltre osservato che questa cifra nemmeno si avvicina alla soglia, in genere superiore a 0,5, che in altri mammiferi definisce le sottospecie.
Jacoby Carter, professore di filosofia alla Howard University, ha analizzato il modo in cui le categorie razziali sono state inventate per legittimare lo sfruttamento. «La razza esiste per ritagliare classi di esseri umani… per la vittimizzazione», ha detto il dottor Carter.
La reverenda Starlette Thomas, direttrice della Raceless Gospel Initiative, ha offerto una prospettiva in sintonia con il principio bahá’í dell’essenziale nobiltà dell’anima: «Dobbiamo ritrovare la consapevolezza dell’essere umano che non sia né auto-negante né dipendente dall’antagonismo».
Arte e cultura come specchio di un’umanità comune
Il potere trasformativo dell’arte è stato discusso da Angélica Daas, creatrice del progetto Humanæ, che ha fotografato oltre 4.500 persone in 20 Paesi, e ha rivelato l’impossibilità di classificare la diversità umana in mere categorie razziali.
«Non sono mai riuscita a trovare un essere umano che rientri nel ‘nero’ o nel ‘bianco’», ha spiegato la signora Daas, precisando che le tonalità della pelle umana abbracciano uno spettro bellissimo che si ribella alle classificazioni.
Greg Thomas dell’Omni-American Future Project ha fatto riferimento a un’identità “omni-americana” radicata nella ricca mescolanza delle culture. Thomas ha spiegato che l’istruzione deve fare in modo di «sviluppare cittadini che siano pienamente orientati verso la diversità culturale e non siano attaccati alla razza».
La co-organizzatrice Sheena Mason della State University di Oneonta nello Stato di New York ha sottolineato l’esigenza di studiare il linguaggio della discriminazione nel lavoro volto a definire l’identità umana al di là delle classi razziali. Il lavoro della dottoressa Mason approfondisce il concetto che spesso il dibattito sulla razza riguarda in realtà la cultura, l’etnia, la classe sociale o il razzismo stesso. Osserva altresì che un uso più preciso del linguaggio aiuterà a evitare la presunta esistenza di classi razziali primarie.
«La razzializzazione è il processo di applicazione agli esseri umani di un’inesorabile gerarchia di classe economica e sociale… che crea o rafforza… squilibri di potere”, ha spiegato».
Una visione per il futuro dell’umanità
Il dottor Mahmoudi, in un suo commento sul convegno, ha posto l’accento sul principio dell’armonia tra scienza e religione. «I risultati della scienza forniscono prove empiriche che scardinano la nozione di razza biologica, mentre l’intuizione spirituale ribadisce l’esistenza di un’unica famiglia umana.
«Il metodo scientifico elimina l’illusione», ha spiegato, «e i principi spirituali allargano il cuore, permettendoci di vedere tutta il genere umano come parte di un’unica razza».
Il convegno rientra nell’ambito di quanto è stato descritto dal dottor Mahmoudi come la missione della Cattedra bahá’í: contribuire ai discorsi in grado di aiutare il genere umano a superare le barriere che gli impediscono di riconoscere la sua unità.
La Cattedra bahá’í sta realizzando un volume che contiene le relazioni degli oratori intervenuti al convegno, tra queste il capitolo del dottor Mahmoudi con la coautrice Tiffani Betts Razavi sulla prospettiva bahá’í per il superamento delle divisioni razziali.
Nel prossimo anno accademico, la Cattedra bahá’í organizzerà una serie di conferenze per continuare l’approfondimento dell’importante tema del razzismo strutturale e le cause profonde del pregiudizio.





