Nel documentario si analizza il contributo della comunità bahá’í nei confronti della società azera 

30 GENNAIO 2026

BAKU, Azerbaigian — Quando circa 500 persone hanno affollato il Nizami Cinema Center in occasione della prima di Duecento anni di storia nascosta, si sono trovate di fronte a un capitolo della storia del proprio Paese rimasto a lungo nell’ombra, nonostante il suo profondo impatto sullo sviluppo culturale dell’Azerbaigian.

All’interno del documentario, diretto da Kamala Musazade, si ripercorre il cammino della comunità bahá’í in Azerbaigian attraverso racconti personali e interventi di alcuni studiosi. Alla proiezione hanno preso parte giornalisti, artisti, poeti, musicisti e funzionari governativi, a testimonianza di un interesse diffuso nel comprendere il ruolo svolto da questa comunità nello sviluppo sociale del Paese. 

Nel suo intervento introduttivo, Ramazan Asgarli, membro dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei bahá’í dell’Azerbaigian, ha posto l’accento sul valore del film: «Questa storia, profondamente intrecciata con il tessuto stesso della nostra nazione, è rimasta a lungo nell’ombra per diverse ragioni. Ora è giunto il momento che la nostra società ne sia consapevole».

La première di Duecento anni di storia nascosta ha richiamato un pubblico di 500 persone, tra cui figuravano giornalisti, artisti, poeti, musicisti e funzionari governativi, a testimonianza del grande interesse suscitato dalla storia della comunità bahá’í e dal suo contributo alla società azera.

Il documentario va oltre la semplice ricostruzione degli eventi. Attraverso interviste ai membri della comunità, filmati d’archivio e contributi di alcuni studiosi ci presenta un’analisi del modo in cui principi bahá’í — quali l’unità del genere umano, l’uguaglianza tra donne e uomini e l’armonia tra scienza e religione — abbiano contribuito a plasmare il panorama intellettuale e culturale dell’Azerbaigian in una fase cruciale della storia del Paese.

Uno dei fili narrativi più suggestivi è dedicato alla figura di Táhirih, poetessa ed eroina bahá’í dell’emancipazione femminile del XIX secolo. Nel 1848, in occasione della Conferenza di Badasht, si presentò in pubblico senza il velo prescritto dalla tradizione musulmana, un gesto che divenne simbolo dell’avvento di una nuova era.

Nel film si approfondiscono inoltre i legami tra la Fede e alcune figure di spicco del movimento illuminista azero. Scrittori e poeti come Huseyn Javid, Mirza Alakbar Sabir, Abdulkhalig Yusif e Jafar Jabbarli, preminenti nel patrimonio letterario del Paese, furono attratti o ispirati dai principi bahá’í. La comunità promosse anche iniziative educative all’avanguardia, come ad esempio quella che nel 1901 divenne la prima scuola femminile di Baku, espressione del valore attribuito dai bahá’í all’educazione universale e all’emancipazione delle donne. 

Omida Omarova (a sinistra), Artista del Popolo dell’Azerbaigian, consegna a Kamale Musazade (a destra), regista del documentario Duecento anni di storia nascosta, un attestato d’onore dell’Unione dei Cineasti dell’Azerbaigian.

Oltre a una documentazione del passato, il film propone una riflessione sul significato di questa storia alla luce delle sfide contemporanee. «Stiamo vivendo una crisi globale della civiltà, ed è innegabile che si tratti di una crisi morale e spirituale», ha osservato Asgarli nel suo intervento. «Questa crisi sta spingendo l’umanità a riconoscere l’inevitabilità di quella pace universale a lungo sognata».

Ha inoltre spiegato che il film offre «uno sguardo sulla storia della comunità bahá’í dell’Azerbaigian, composta da persone impegnate nella ricerca della conoscenza al servizio della pace che stanno sviluppando nuovi modi di relazionarsi e che invitano calorosamente tutti a unirsi su questo cammino».

Ramazan Asgarli, membro dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá’í dell’Azerbaigian, durante il discorso di apertura in occasione della première.

I partecipanti hanno osservato come il documentario permetta di rileggere questi sviluppi storici sotto una nuova luce. Shöhrət El-Dəniz, caporedattore di Vision Tv e giornalista, ha dichiarato: «Nonostante il mondo sia segnato da guerre e conflitti, il desiderio di pace dell’umanità non si è spento. Il messaggio di pace dell’Azerbaigian al genere umano è costante per tutta la durata del film».

Lo scrittore Gan Turalı ha invece messo in risalto l’importanza dell’opera per la comprensione della storia intellettuale del Paese: «Fin dalla metà del XIX secolo, la Fede bahá’í ha avuto un profondo impatto sul contesto culturale e sociale dell’Azerbaigian e ha suscitato il vivo interesse di molti nostri intellettuali, ampliandone la visione del mondo. Il film illustra in modo chiaro come alcuni scrittori classici della letteratura azera — Mirza Alakbar Sabir, Huseyn Javid e Jafar Jabbarli —abbiano guardato alla Fede bahá’í e tratto ispirazione dai suoi precetti». 

Il documentario è frutto della collaborazione tra il Centro Nazionale di Cinematografia e la comunità bahá’í dell’Azerbaigian. Sono già previste proiezioni in altre città del Paese.

Asgarli ha spiegato che i produttori auspicano che l’opera contribuisca ad ampliare il discorso sul patrimonio spirituale e sulla diversità culturale dell’Azerbaigian, in un momento in cui le società mondiali sono alle prese con polarizzazioni e conflitti.

«Lo spirito della nostra epoca è l’unità del genere umano e la pace universale», ha affermato, aggiungendo poi: «E c’è un solo cammino verso quella pace: il servizio amorevole a tutto il genere umano».

Il documentario è disponibile qui sotto oppure su YouTube.