30 ottobre 2025
Un tema è risuonato chiaro quando, qualche settimana fa, i responsabili politici e gli attori della società civile di tutta Europa si sono riuniti in un seminario per riflettere sul Piano d’azione antirazzismo 2020-2025 dell’Unione Europea: un cambiamento duraturo dipende non solo dalla legislazione, ma da una variazione più profonda nel modo in cui le società considerano l’identità umana.
Il seminario, intitolato “I giovani come catalizzatori per strategie antirazziste”, co-organizzato dall’Unità Antirazzismo della Commissione europea e dall’Ufficio di Bruxelles della Bahá’í International Community (BIC), rientrava nell’ambito delle consultazioni semestrali riservate ai delegati nazionali responsabili dell’elaborazione e dell’attuazione dei piani d’azione nazionali contro il razzismo degli Stati membri dell’UE.
Durante la sessione, i partecipanti, tra i quali figuravano i coordinatori dell’UE per i diritti dei giovani e dei bambini, i delegati nazionali e le organizzazioni della società civile, sono stati invitati a valutare il modo nel quale i giovani possano essere riconosciuti non solo come un gruppo colpito dal razzismo, ma come contributori attivi per la sua eliminazione.

Alessandro Benedetti, rappresentante dell’ufficio della BIC di Bruxelles (a sinistra), ha spiegato come la promozione della capacità dei giovani di servire possa contribuire a spostare il dibattito sul razzismo al di là dei riscontri reattivi volti alla costruzione della vera unità. Credito fotografico: Simon Pugh
In un’intervista al News Service, Alessandro Benedetti, rappresentante dell’ufficio della BIC di Bruxelles, ha spiegato che «i giovani possiedono un forte senso della giustizia e una capacità istintiva di costruire ponti tra i gruppi e le persone».
«Quando la loro capacità di servizio viene coltivata», ha proseguito Benedetti, «i giovani possono contribuire a spostare il dibattito sul razzismo al di là dei riscontri reattivi volti alla costruzione della vera unità».
Il dibattito ha preso spunto dalle esperienze comunitarie illustrate dai giovani delle Isole Canarie e dei Paesi Bassi, che hanno descritto il modo in cui le iniziative d’ispirazione bahá’í stiano aiutando i giovani a promuovere quartieri più coesi.

Partecipanti al seminario su «I giovani come catalizzatori per le strategie antirazziste», co-organizzato dalla Commissione europea e dall’Ufficio di Bruxelles della Bahá’í International Community. Credito fotografico: Simon Pugh
I giovani delle Isole Canarie hanno illustrato il Progetto Khale – dalla parola in lingua wolof che significa “giovane” – che prevede la creazione da parte di alcuni giovani di spazi dedicati ai loro coetanei immigrati per imparare lo spagnolo e, al contempo, formare legami di amicizia che trascendano i limiti culturali.
Quest’attività, una delle tante nell’ambito di un’iniziativa a più ampio respiro chiamata “Youth Community Leaders”, ha permesso a centinaia di giovani di vedersi come protagonisti nei loro quartieri piuttosto che come spettatori dei problemi sociali.
Un secondo esempio è venuto dai Paesi Bassi, dove l’Ufficio bahá’í per gli Affari esterni ha collaborato con il coordinatore nazionale antirazzismo del governo a un progetto di ricerca intitolato «L’olandesità inclusiva: onde di un solo mare».
Nel corso di una serie di tavole rotonde, i partecipanti hanno approfondito cosa significa appartenere a una società sempre più diversificata. In alcune sessioni speciali con i giovani è stato messo in risalto il modo in cui essi stanno promuovendo tra i loro coetanei un linguaggio e un atteggiamento inclusivo.

Il dibattito ha preso spunto dalle esperienze comunitarie illustrate dai giovani delle Isole Canarie e dei Paesi Bassi, che hanno descritto il modo in cui le iniziative d’ispirazione bahá’í stanno aiutando i giovani a promuovere quartieri più coesi. Credito fotografico: Simon Pugh
Le testimonianze hanno chiarito a molti partecipanti il concetto di ciò che Benedetti ha definito “il mosaico incompiuto del potenziale di base” di tutta l’Europa.
Ha inoltre ribadito che la politica da sola non è in grado di rimuovere i pregiudizi o cambiare i cuori delle persone: «Fino a quando non riconosceremo la nostra comune identità umana, tratteremo il razzismo solo come sintomo senza intaccarne le cause profonde».
«Quando i giovani cominciano ad agire partendo dalla convinzione che l’umanità è una sola famiglia, essi aiutano a sanare le divisioni che stanno alla radice».

Il dibattito ha posto l’accento sull’importanza di favorire una maggiore consapevolezza della nostra comune identità umana come fondamento per un’uguaglianza duratura. Credito fotografico: Simon Pugh
I delegati nazionali hanno preso in considerazione il fatto che le strategie rivolte all’armonia razziale potrebbero beneficiare di questi spunti di riflessione. Molti hanno osservato che il dibattito li ha aiutati a vedere i giovani come co-creatori della politica piuttosto che come suoi sudditi.
I partecipanti hanno convenuto che il presupposto per realizzare l’uguaglianza trascende l’inclusione, richiede bensì la promozione della capacità di incidere sulle cose.
In un suo commento sull’incontro, Benedetti ha affermato che «ogni società dispone al suo interno delle risorse per superare i pregiudizi. Il nostro compito è di creare le condizioni grazie alle quali queste capacità morali – specialmente tra i giovani – possano essere sprigionate a beneficio di tutti».





