Un’impresa comune
Da Capitol Hill a Chicago, un messaggio dei bahá’í americani invita a un dibattito su rinnovamento spirituale, fiducia sociale e futuro della nazione.
26 giugno 2026
WASHINGTON, D.C. — Gli Stati Uniti si stanno avvicinando al 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza – un momento di riflessione, di celebrazione e, per molti, un momento di incertezza. Il Paese ha assistito al travaglio di molte generazioni, volto a dare un’espressione più completa agli ideali evocati al tempo della sua fondazione. Tuttavia, in un contesto pervaso da polarizzazione e conflitto, l’immane stanchezza, la rabbia e la delusione sono divenute parte integrante del clima della vita pubblica. La comunità bahá’í americana presenta in una propria lettera una dimensione molto spesso trascurata. Alcuni tra i principi fondanti della nazione, tra i quali la libertà, l’uguaglianza e la giustizia, vi si afferma, non sono delle semplici aspirazioni civiche. Sostanzialmente, essi sono principi spirituali, la cui applicazione più valida dipende dal rinnovamento della fiducia, dell’amore, del coraggio morale e da un senso di scopo comune.
Questo è il concetto essenziale che anima “Un’impresa comune: la realizzazione della promessa dell’America“, una lettera dei bahá’í degli Stati Uniti indirizzata a “tutti coloro che hanno a cuore la promessa dell’America.” Pubblicata in occasione dell’imminente ricorrenza dell’anniversario, la lettera sollecita un dibattito scrupoloso sulle basi morali e spirituali del progresso sociale e sulle capacità indispensabili ad una popolazione eterogenea per progredire insieme.

Tra i vari aspetti di questa esortazione figurava una serie di incontri pubblici organizzati dall’Ufficio per gli Affari esterni dei bahá’í degli Stati Uniti, che ha visto riuniti alcuni leader di pensiero del governo, della società civile, del mondo accademico e dei media, nonché rappresentanti di fedi religiose e partecipanti ad iniziative di costruzione di comunità sul territorio. In ogni incontro è stato preso in esame un argomento particolare indicato nella lettera – dal ruolo della religione nella società alle fondamenta della fiducia sociale e agli stimoli verso un rinnovamento spirituale nella vita pubblica.
A Capitol Hill
In occasione di una recente conferenza stampa tenutasi a Capitol Hill, il membro del Congresso Brendan Boyle della Pennsylvania ha indotto a riflettere sulla necessità di recuperare un senso di scopo comune in un’epoca dominata dalle divisioni. Di fronte a rappresentanti di diverse tradizioni religiose, Boyle ha posto l’accento sull’insegnamento bahai che tutti “siamo frutti dello stesso albero e foglie dello stesso ramo”.
“A prescindere dalla nostra affiliazione partitica, dalla nostra etnìa, dalle nostre origini, dalla nostra fede,” ha proseguito “noi, come americani, siamo tutti sotto l’unico vessillo e legame della nostra comune umanità e del nostro comune scopo.”


Rainn Wilson (a sinistra), attore e membro della comunità bahá’í, e PJ Andrews (a destra), membro dell’Ufficio per gli Affari esterni dei bahá’í degli Stati Uniti in una recente conferenza stampa a Capitol Hill.
Il membro del Congresso Gus Bilirakis della Florida ha definito l’anniversario come un momento per prefigurarci “il tipo di futuro che desideriamo costruire. La storia americana ha detto, “non consiste in uniformità, bensì in unità nella diversità.” Aggiunge, inoltre, che il rinnovamento spirituale non pretende che la gente “la pensi o pratichi un culto nella stessa maniera”, esso ci induce a una riscoperta dei valori che tengono unite le persone: l’umiltà, la compassione, la gratitudine. Il servizio verso il prossimo e l’impegno per il bene comune.”

Nella stessa mattinata, in un’altra sala di Capitol Hill, si è discusso della fiducia sociale: cosa la sostiene, come si deteriora e come poterla ricostituire? L’incontro è stato cosponsorizzato dal Senatore dell’Oregon Ron Wyden che ha tracciato un parallelo tra lo spirito della lettera e quello che ha definito “il sistema dell’Oregon”: la paziente abitudine di riunire le persone aldilà di distanze e disaccordi. Il lavoro di superamento delle “tradizionali barriere”, ha detto il Senatore Wyden era “così cruciale” in un momento storico in cui la vita pubblica crea divisioni fra le persone.

Il dibattito che ne è seguito ha avuto come moderatore l’attore Rainn Wilson, membro della comunità bahá’í.
Karissa Riskin, CEO di Listen First Project, un’organizzazione che fornisce supporto a centinaia di gruppi per l’unione di persone provenienti da contesti diversi, ha ravvisato nella curiosità e nell’umiltà le condizioni grazie alle quali si insedia la fiducia, lasciando intendere che l’ostilità reciproca che la gente si aspetta di riscontrare si rivela in effetti illusoria. Ha affermato che: “Noi siamo molto più vicini l’uno all’altro di quanto pensiamo.”
Jasmine Miller-Kleinhenz, professore aggiunto presso l’University Medical Center del Mississippi e membro della comunità bahá’í, ha descritto il paziente lavoro di costruzione di relazioni “porta a porta” e ha parlato dell’amore non come sentimento ma come forza alla quale ricorrere.


Lo stesso concetto è riecheggiato nell’intervento di Michael Toscano, il cui lavoro si concentra sulla famiglia e sulla tecnologia, che ha parlato dell’ambito famigliare come del contesto primario per la creazione di fiducia e abitudini morali. Ha altresì posto l’accento sulla necessità della società di operare scelte tecnologiche che giovino alla prosperità umana anziché deteriorare le relazioni che sono il fondamento delle famiglie e delle comunità.

Il dibattito del giorno è proseguito persino dopo le riunioni. Oltre agli argomenti di A Common Endeavor, Wilson e il senatore del Connecticut Chris Murphy hanno discusso in un’intervista video separata con l’organo d’informazione 535 del libro del senatore Murphy “Crisis of the Common Good”.
Il governo, ha osservato il senatore Murphy, ha troppo spesso sottovalutato le circostanze in cui la gente trova un significato e una connessione. Ha altresì ricordato che i primi periodi di divisione nella vita americana avevano dato origine a nuove forme di azione civica, come i centri di servizio creati all’inizio del XX secolo da cittadini che desideravano servire le proprie comunità. Ha inoltre ribadito che parte della responsabilità attuale è di creare le condizioni che consentano alle persone di dedicarsi generosamente l’una all’altra. Rievocando il riferimento alla ricerca della felicità contenuto nella Dichiarazione, ha detto che “noi americani stiamo dando il massimo quando riflettiamo seriamente sulle politiche da adottare e se queste politiche facciano veramente sentire spiritualmente appagate le persone.”

Il senatore del Connecticut Chris Murphy (al centro) e Rainn Wilson (a destra) in un‘intervista a Susan Davis (a sinistra) di Media 535.
Con il calar della sera, si è formato un pubblico più numeroso per la registrazione in diretta del podcast di Wilson, Soul Boom, dedicato a quelle che i partecipanti hanno definito “le avvisaglie di un rinnovamento spirituale.” Tra loro figurava Amanda Ripley, giornalista e autrice, il cui lavoro prende in esame varie forme di conflitto.
Il disaccordo in sé, ha osservato, non deve necessariamente portare a conflitti. Una società sana, secondo lei, pratica con onestà e abilità lo scambio delle idee, piuttosto che evitare del tutto il conflitto. Gran parte del lavoro, ha aggiunto, è una questione di narrazione, di imparare a raccontare storie meno risonanti di riappacificazioni e creazioni di legami in un modo altrettanto coinvolgente quanto quello di storie sui conflitti che attirano più facilmente l’attenzione.

La storia, per esempio, di un diciassettenne che fa da mentore a un ragazzino di undici anni, ha detto, può essere “davvero coinvolgente” se raccontata con attenzione e creatività. “Non è meno meritevole di notizia rispetto a una storia di violenza,” ha detto. “Raccontare storie diverse che ci diano un quadro più completo di ciò che sta realmente accadendo può aiutarci a creare il mondo in cui vogliamo vivere.” Le storie che trasmettono “un senso di dignità, autonomia e speranza”, ha aggiunto, permettono alle persone di sperimentare collettivamente la gioia, la lotta e la promessa che si trovano negli atti di servizio e di costruzione di relazioni che altrimenti potrebbero passare inosservati.

In basso: Immagine del pubblico all’evento.
Vivek Murthy, ex responsabile della salute pubblica degli Stati Uniti, ha descritto in termini chiari la sua speranza per il Paese: “Un luogo dove amiamo di più, dove serviamo meglio e dove cresciamo meglio”, riferendosi ai vicini che si prendono cura l’uno dell’altro in silenzio come prova che queste capacità sono ancora molto vive.
Derik Smith, professore di letteratura al Claremont McKenna College e membro della comunità bahá’í, ha correlato i temi della serata al lavoro di creazione di comunità in cui ogni persona possa contribuire al benessere del tutto. Ha descritto la giustizia non solo come la distribuzione di risorse o diritti, ma come la creazione di condizioni grazie alle quali le capacità latenti in ogni persona possono essere liberate attraverso il servizio, l’amicizia e l’azione collettiva.

A Wilmette
La serie di forum su “Un’impresa comune” era stata aperta settimane prima nei dintorni di Chicago, presso la Casa di culto bahá’í di Wilmette, dove alcuni leader religiosi e statali hanno specificamente analizzato il posto della fede nella vita della nazione.
Immagine del panel al forum di Chicago tenutosi a maggio. Da sinistra a destra: Mat Cotton, membro dell’Ufficio per gli Affari esterni dei bahá’í degli Stati Uniti, moderatore della tavola rotonda; Nayana Shah, fisica e membro del Consiglio di Amministrazione del Parlamento delle Religioni del Mondo; Katie Bringman Baxter, Chief Impact Officer e COO di Interfaith America; Ken Bowers, segretario dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei bahá’í degli Stati Uniti; e il reverendo Alvin Bibbs, responsabile di pubblica utilità a Chicago per il movimento One America.

“Come può cambiare la mia giornata?” ha aggiunto la dottoressa Shah, “Non solo razionalizzando in che modo posso pensarla diversamente. Non deve restare nella testa. Per un rinnovamento, al centro ci deve assolutamente il cuore.”

Il reverendo Alvin Bibbs, che lavora per unire persone provenienti da diversi contesti, ha consigliato prima che prenda piede il rinnovamento, che esso sia preceduto da qualcosa di più profondo, “un risveglio spirituale” nelle sue parole.
Mat Cotton, membro dell’Ufficio per gli Affari esterni e moderatore della tavola rotonda di Chicago, ne ha innanzitutto delineato lo scopo: non entrare nel “dibattito di parte” né soffermarsi su “particolari linee o personalità politiche”, ma “porsi domande più profonde” sulle dimensioni morali e spirituali delle sfide del Paese.

Ken Bowers, segretario dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá’í degli Stati Uniti, ha inserito l’attuale momento storico in un arco narrativo più ampio. Ogni generazione, ha rilevato, eredita sia i risultati sia il lavoro incompiuto di chi l’ha preceduta. Nel corso della storia della nazione, molti hanno “lottato e si sono sacrificati” per soddisfare le esigenze del loro tempo. Il compito di oggi, ha osservato, non è solo ricordare gli ideali del passato, ma chiedersi quali principi spirituali possano aiutare la generazione presente a prendere “misure costruttive e pratiche” miranti a una maggiore unità, giustizia, prosperità e pace.
Nei mesi a venire, l’Ufficio per gli Affari esterni continuerà a tenere forum di discussione, tra cui un incontro a New York, con la Bahá’í International Community. Per PJ Andrews, membro dell’Ufficio per gli Affari esterni, la promessa del momento sta in ciò che le persone sono disposte a credere l’una dell’altra. Sotto le divisioni esteriori, ha ricordato, c’è spesso maggiore “buona volontà e integrità, sincera preoccupazione per gli altri… e il desiderio di trovare una strada da seguire” di quanto comunemente non si creda, non solo tra coloro con cui ci si sente già a proprio agio, ma anche tra chi può sembrare distante. Agire secondo questa convinzione, e imparare insieme ad altri come farlo, è l’essenza stessa dell’impresa comune.





