Cattedra Bahá’í del Maryland
In un incontro co-organizzato dalla Cattedra bahá’í per la pace mondiale, relatori provenienti da Azerbaigian, Bahrein, Cambogia e Kenya analizzano il modo in cui l’unità nella diversità si dimostri essenziale per promuovere la pace.
28 maggio 2026
WASHINGTON, D.C. — Mentre le società di tutto il mondo si confrontano su temi quali pace e sicurezza, la serietà dei timori che ne scaturiscono può arrivare a restringere l’area di lettura, con ogni nazione legata prevalentemente a quanto deriva dalla propria esperienza. In un forum tenutosi nelle scorse settimane presso la Library of Congress di Washington, D.C. e co-organizzato dalla Cattedra bahá’í per la pace mondiale dell’Università del Maryland, l’attenzione si è spostata verso un’altra direzione riunendo relatori provenienti da Azerbaigian, Bahrein, Cambogia e Kenya per riflettere su come, in contesti diversi, vengano affrontate le stesse questioni.


Un principio che ha animato il dibattito è stata l’unità nella diversità, vale a dire il riconoscimento che il progresso dell’umanità viene arricchito dalle sue differenze. «Questo principio,» ha detto Hoda Mahmoudi, professore e titolare della cattedra, al News Service, «illumina il rapporto tra diversità, unità e coesistenza pacifica perché riformula la differenza non come un problema da gestire, ma come una risorsa vitale per costruire società coese e giuste.»
Tuttavia, ha aggiunto il dottor Mahmoudi, questo principio chiarisce anche che la sola diversità non basta. Senza un senso di identità condivisa che funga da àncora per una società diversificata, la differenza può irrigidirsi nelle divisioni.

Un relatore statunitense, il reverendo Johnnie Moore, ha osservato: «Ciò che la Cattedra si è sforzata così tenacemente di mettere in luce è che l’unità non è uniformità. Appartenenza non significa rinuncia dell’identità.» Ha spiegato inoltre che il presupposto per mettere in pratica il principio dell’unità nella diversità è un “rinnovato coraggio”, che sia in grado di illuminare non solo le singole vite ma anche le strutture della società globale.
Il dottor Moore ha segnalato cosa viene richiesto a chi naviga in questo scenario: la chiarezza su ciò che si sta costruendo. «La pace non è solo l’assenza di guerra,» ha proseguito. «È la presenza della giustizia, la protezione dei diritti umani e l’instaurazione dell’armonia sociale».


Lo stesso concetto è emerso dalle parole di Katrina Lantos Swett, educatrice e Presidente della Lantos Foundation for Human Rights con sede negli Stati Uniti, che ha messo in risalto una metafora per l’unità del genere umano tratta dagli insegnamenti bahá’í. «In modo molto profondo, siamo tutti foglie su rami dello stesso albero,» ha affermato.
Un altro partecipante, Sahib Naghiyev, Vicepresidente del Comitato statale sulle Associazioni religiose della Repubblica dell’Azerbaigian, ha posto l’accento sulle dimensioni internazionali di questi temi. Ha spiegato che il ritmo del cambiamento globale ha reso la convivenza tra popoli, lingue, culture e religioni diverse una caratteristica della vita che trascende i confini e invoca la cooperazione. «Il nostro mondo si sta globalizzando a un ritmo senza precedenti, il che dà origine a un nuovo panorama sociale, politico ed economico», ha detto.

Diversi relatori hanno sottolineato la centralità dell’educazione morale nelle iniziative volte a promuovere società armoniose. Bartholomew Lumbasi, addetto all’Educazione presso l’Ambasciata del Kenya negli Stati Uniti, ha parlato dell’impegno profuso dal suo Paese per coltivare, insieme all’apprendimento accademico, le qualità morali che permettono ai giovani di coesistere e risolvere amichevolmente i conflitti. Lumbasi si è posto questa dimanda: «Come si riesce a educare una persona olistica, fin dall’infanzia, perché possa abbracciare la pace?».
Ha segnalato in particolare i “club per la pace” organizzati in varie località del Kenya che, superando le tensioni del passato, riuniscono gli studenti per una conversazione prolungata nel tempo, pratica fondata su una semplice convinzione: «Se parlano tra loro fin da piccoli, allora impareranno a vivere insieme.»

Socheat Oum, vicecapo Missione dell’Ambasciata reale della Cambogia, ha parlato della fiducia come qualcosa che si costruisce pazientemente nel tempo, spesso attraverso storie dolorose. Ha ricordato la Cambogia, che un tempo ospitava i caschi blu delle Nazioni Unite, e che ora dopo decenni di conflitti contribuisce inviando caschi blu alle missioni in tutto il mondo. Risolvere le tensioni con i vicini, ha detto Oum, non richiede forza ma comunicazione. «Sincerità e fiducia sono essenziali se si continua a lavorare insieme.»
Il concetto predominante della serata ha trovato una delle sue più vivide espressioni nel ricordo offerto da Sohrab Sobhani che ha parlato a nome dell’ambasciatore del Bahrein negli Stati Uniti, Shaikh Abdulla Rashed Al Khalifa. Il dottor Sobhani ha ricordato di aver visitato il museo Beit Al Quran del Bahrain, dove tappeti tessuti a mano provenienti da Paesi di ogni parte del mondo sono appesi tutti insieme. I tappeti, ha detto, sono un promemoria del «tessuto che ci unisce tutti come esseri umani.»






