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Alla scoperta di come i giovani di tutto il mondo trovino coerenza attraverso una vita di servizio

In Conversation

Quattro Consiglieri provenienti da diverse regioni del mondo analizzano il modo in cui i programmi educativi bahá’í aiutino i giovani a scoprire la propria identità e il proprio senso di scopo attraverso il servizio alla società.

13 MarZO 2026

In una nuova puntata del podcast “In Conversation”, quattro membri dei Corpi continentali dei Consiglieri descrivono il modo in cui le comunità di diversi Paesi stanno imparando ad accompagnare i giovani lungo un percorso capace di dare coerenza a ogni dimensione della loro vita: dalla preadolescenza agli anni universitari, fino al matrimonio e alla vita familiare. 

«Quello che stiamo cercando di comprendere», osserva Jeffrey Sabour, membro del Corpo continentale dei Consiglieri dell’Australasia, «è come aiutare davvero i giovani a sviluppare una vita coerente. In che modo la loro identità spirituale e le loro aspirazioni spirituali possono dare significato agli aspetti materiali della loro esistenza?».

Questo tema della coerenza, ossia il modo in cui la dimensione spirituale e materiale della crescita di un giovane possano rafforzarsi reciprocamente anziché entrare in competizione l’una con l’altra, attraversa l’intera conversazione che attinge alle esperienze maturate in Malesia, Nuova Zelanda, Filippine e Stati Uniti.

Scoprire la propria identità spirituale e coltivare il senso di scopo 

Diversi ospiti del podcast illustrano come i programmi bahá’í di educazione morale e spirituale indirizzati ai giovani li stiano aiutando a maturare un senso di identità fondato sulla realtà spirituale, anziché modellato dalle pressioni della cultura consumistica e dei social media.

Sabour osserva che i giovani sono «costantemente presi di mira» dalle forze che riducono la loro identità all’aspetto esteriore, alla popolarità e al successo materiale. A dodici o tredici anni, quando non riescono a soddisfare questi standard iniziano a chiedersi: “Ma io chi sono?” “Non sono niente”».

Il programma per la valorizzazione spirituale dei giovanissimi offre invece una prospettiva diversa: «L’essere umano è un’anima, una mente, ed è capace di esprimere bellezza tramite l’acquisizione di qualità come la sincerità, l’amore, la compassione e la generosità».

Questo processo di formazione dell’identità non avviene in isolamento. Melonna Njang, membro del Corpo continentale dei Consiglieri dell’Asia, sottolinea che i giovani riflettono sulla propria identità spirituale «in un contesto collettivo», nel quale il gruppo stesso diventa uno spazio di crescita.

«Il cambiamento non nasce dagli sforzi individuali», spiega Njang, «ma da un contesto collettivo, da un gruppo nel quale si analizza insieme la propria vera identità e la si esprime poi nell’arena del servizio».

Anche la dimensione intergenerazionale di questo processo riveste un ruolo significativo. Come osserva Njang, i giovani che scoprono le proprie capacità iniziano spontaneamente a servire le generazioni più piccole e, con il rafforzamento dei legami tra le diverse fasce d’età all’interno della comunità, «persino le relazioni vengono ridefinite».

Il servizio come filo conduttore 

Nella conversazione ricorre spesso il tema del servizio che viene definito non tanto come un’attività tra le tante, bensì come il filo conduttore che conferisce significato all’educazione, al lavoro e alle relazioni.

Sabour racconta un’esperienza vissuta nel suo quartiere in Nuova Zelanda. Un gruppo di cinque ragazzi di quindici e sedici anni che avevano già partecipato al programma per i giovanissimi si sono resi conto che nella comunità alcuni bambini più piccoli avevano delle difficoltà nella comprensione scritta.

Dopo essersi consultati, hanno deciso di organizzare un gruppo di tutoraggio settimanale. «È successo che», ricorda Sabour, «quei giovani di quindici e sedici anni sono diventati molto più responsabili. Si vedeva chiaramente che stavano progredendo anche loro nella comprensione e nella crescita intellettuale».

Nicholas Loh, membro del Corpo continentale dei Consiglieri dell’Asia, osserva che in molti Paesi con i quali è in contatto i giovani si sentono sempre più spesso dire dai loro coetanei e dagli altri che è troppo difficile cambiare il mondo e che l’unica cosa da fare è pensare a sé stessi.

Coinvolgere i giovani in una riflessione sul servizio, afferma Loh, è diventato «un discorso di speranza». Secondo Loh, le comunità stanno imparando come il prendersi cura degli altri costituisca «parte integrante del percorso educativo», poiché le qualità e gli atteggiamenti sviluppati attraverso il servizio rafforzano anche la crescita personale dei giovani.

Con il tempo questo orientamento al servizio si estende alle fasi successive della vita. Loh racconta come in alcune comunità dove i giovani sono stati profondamente impegnati nel servire la comunità anche l’approccio al matrimonio sta cambiando. Le giovani coppie cominciano infatti a considerare il matrimonio e la vita familiare non come un ripiegamento nella sfera privata, ma come un’opportunità di accrescere la propria capacità di servire la comunità.

La vita intellettuale e gli anni universitari

La conversazione si sposta poi sul modo in cui questi modelli di servizio e di riflessione trovino espressione negli ambienti universitari. Natasha Bruss, membro del Corpo continentale dei Consiglieri delle Americhe, descrive l’importanza dell’Istituto per gli studi sulla prosperità globale (ISGP), che si propone, tra le altre cose, di riflettere sul ruolo complementare che scienza e religione possono svolgere nel progresso della civiltà.

I seminari di ISGP, spiega Bruss, aiutano gli studenti universitari a riflettere su come poter perseguire i propri studi mantenendo il servizio al centro della loro vita.

«Il percorso seguito dai giovani durante i quattro anni degli studi universitari è davvero significativo», afferma Bruss, «perché consente loro di affrontare quelle questioni davvero complesse insieme a un gruppo di amici durante l’intero iter accademico».

Loh racconta il caso di uno studente universitario che, dopo aver partecipato a questi incontri, ha iniziato a organizzare momenti informali di confronto nei quali i suoi coetanei potessero esplorare il rapporto tra scienza e religione. Secondo Loh, questi spazi sociali stanno crescendo in alcune università, man mano che sempre più studenti scoprono come l’armonia tra scienza e religione, intese come due sistemi di conoscenza, apra nuove prospettive di riflessione.

Bruss aggiunge che in alcuni campus universitari i giovani si riuniscono per incontri devozionali seguiti da approfondimenti sui temi che affrontano nella propria vita. Negli Stati Uniti, durante una serie di convegni giovani dedicati alla riflessione sulle attività di costruzione di comunità, i partecipanti hanno studiato un messaggio della Casa Universale di Giustizia alla comunità bahá’í americana che affronta il tema dell’ingiustizia razziale.

Questo messaggio, spiega Bruss, aiuta i giovani a comprendere il proprio servizio nella cornice di costruzione di società che abbiano «l’unità al centro».

La risposta all’ansia e all’isolamento

Gli ospiti riflettono anche sulle crescenti sfide legate all’ansia, alla depressione e all’isolamento tra i giovani, fenomeni che Njang descrive come «molto nuovi» per le società comunitarie del Sud-est asiatico, dove negli ultimi tempi le forze dell’individualismo e del materialismo hanno acquisito sempre maggiore influenza.

In questo contesto, spiega Njang, il semplice fatto di riunirsi in un circolo di studio per discutere temi spirituali aiuta i giovani «a contrastare la sensazione di solitudine grazie all’acquisizione di uno scopo comune». Mette in risalto, inoltre, come questo processo consenta loro di riscoprire «la propria nobiltà» e offra un contesto collettivo dove conoscere la propria identità e servire gli altri.

Loh osserva che quando gruppi di giovani si riuniscono in un ambiente orientato allo studio e al servizio accade qualcosa di significativo: «Se uno di loro sceglie spontaneamente di mettere da parte il telefono, significa che ha trovato qualcosa di più importante». Invece di essere dominati dalla tecnologia, afferma, i giovani iniziano a tracciare «una nuova strada» nella quale la tecnologia è al servizio del loro lavoro nelle comunità.

Bruss conclude osservando che esiste qualcosa di profondamente terapeutico nel rivolgersi agli altri: «Quando ci si dedica ad aiutare il prossimo, le proprie difficoltà svaniscono lentamente. Il servizio è la più grande medicina curativa per l’umanità».

La puntata fa parte della serie “In Conversation”, uno spazio di riflessione collettiva dove i partecipanti analizzano l’applicazione pratica dei principi bahá’í alla costruzione di società pacifiche.