In mezzo all’incertezza, comunità diverse tra loro trovano un terreno comune durante i giorni intercalari.
Il 25 febbraio scorso, un incontro svoltosi a ‘Akká ha visto riuniti partecipanti di provenienze diverse, offrendo speranza e fratellanza in un momento di incertezza.
5 marzo 2026
La scorsa settimana, più di 70 ospiti provenienti da comunità ebraiche, musulmane, cristiane, druse e diverse altre si sono riuniti nei pressi del Mausoleo di Bahá’u’lláh a Bahjí in una serata speciale di preghiere, scritti sacri e musica per celebrare Ayyám-i-Há, un periodo del calendario bahá’í dedicato all’ospitalità, alla generosità e al servizio verso gli altri.
L’incontro, che si è tenuto il 25 febbraio, ha visto riuniti esponenti locali, educatori, artisti e residenti di ‘Akká, di Haifa, delle città e villaggi circostanti, offrendo un’occasione di connessione e riflessione in un momento di profonda incertezza nell’intera regione.
David Rutstein, Segretario generale della Bahá’í International Community, ha accolto gli ospiti dando una motivazione dell’evento. “Sono lieto di porgervi il benvenuto alla nostra celebrazione di Ayyám-i-Há, i giorni del calendario bahá’í che precedono il nostro periodo di digiuno, e che vengono dedicati alla generosità, all’ospitalità e al servizio all’umanità,” ha detto. “Dando uno sguardo a questa sala, ci sentiamo ancora più felici nel vedere tutti voi, un esempio della diversità delle persone di questa terra, e siamo onorati di potervi chiamare nostri amici.”
Oltre a unire le persone in un ambiente confortante, l’evento di quest’anno ha posto in evidenza la capacità di ciascuno di contribuire al bene comune e di rendere servizio all’umanità. Ogni ospite ha ricevuto un biglietto con un passo tratto dagli scritti di ‘Abdu’l-Bahá: “Dobbiamo ora sorgere con grande risolutezza e afferrare tutti quegli strumenti che promuovano la pace, il benessere e la felicità, il sapere, la cultura e l’industria, la dignità, il valore e lo stadio dell’intera razza umana”.
Considerazioni dei partecipanti
La serata ha suscitato le accorate riflessioni da parte di partecipanti provenienti da contesti diversi, le cui parole sono state testimonianze del comune anelito alla speranza e all’unità.
Uno dei partecipanti, un architetto, ha descritto l’esperienza della visita al Mausoleo e ai giardini: “L’ambiente fisico mi ha parlato, soprattutto quando abbiamo visitato il Mausoleo. C’è un’energia straordinaria in quel posto. Di professione sono architetto, quindi il modo in cui gli edifici comunicano è molto significativo. È stata un’esperienza speciale.”
Sua moglie, un’artista, ha parlato del potere evocativo del concetto di “sperare” sullo spirito della serata: “Nel mondo di oggi è molto facile cadere nello sconforto. Ovunque regna la paura. E una volta qualcuno mi ha detto qualcosa che mi ha veramente colpito: sperare è un verbo. Non è una cosa reale. È qualcosa che noi facciamo e creiamo.”
Ha poi soggiunto: “E ovviamente abbiamo bisogno di persone intorno a noi con cui fare questo.”
Sheikh Isan Ali Halabi, un partecipante druso, ha parlato del profondo legame storico tra le comunità drusa e quella bahá’í, ricordando che una figura drusa di spicco ebbe un rapporto diretto con Bahá’u’lláh durante il Suo esilio in Terra Santa. Quel legame, ha detto, è durato per generazioni ed è ancora saldo oggi grazie alla stretta amicizia tra drusi e bahá’í. “Questo legame e questi incontri cancellano la separazione e avvicinano i cuori,” ha poi concluso.
Sheikh Antaar Maadi, proveniente da Yarka, ha riflettuto sullo spirito della serata: “Noi preghiamo che la pace, la sicurezza e la tranquillità si diffondano su questa terra e in tutto il mondo.”
“Grazie a questi incontri, noi ribadiamo che tutti, indipendentemente dall’identità di appartenenza, religione o provenienza, fanno parte di un’unica famiglia umana”, ha detto Sheikh Samir Assi, un residente di ‘Akká.
Assi ha inoltre aggiunto: “Non si possono creare terre, né fondare civiltà, se non attraverso l’amore, la cooperazione e le relazioni.”
Una residente locale di Misgave ha esposto una sua considerazione su come la bellezza dell’ambiente riuscisse a parlare a realtà più profonde: “Oggi il mio cuore era colmo di gioia perché la bellezza esterna mi ricorda quella interiore, che esiste in ogni persona.” Ha definito la propria speranza come radicata nella fede nella bontà umana: “La grande aspirazione, in realtà la speranza, è per la pace: la pace tra gli esseri umani.”
Due partecipanti che frequentano regolarmente gli incontri mensili hanno detto che queste occasioni sono diventate parte della loro vita di casa. “[La speranza è] la fede che ci sarà un tempo di pace. Ci crediamo sempre,” ha detto uno dei due. “La felicità è famiglia, la sensazione di casa.”
Ha inoltre aggiunto: “Quando vengo a riunioni come questa, sento sempre pace, armonia e sorrisi. È un luogo dove riesci davvero a connetterti con la tua anima.”
Nadav Kashtan, un altro dei partecipanti, ha espresso un sentimento comune a molti presenti: “Ci sono sempre forze che tirano in direzioni diverse, e noi vogliamo essere tra quelli che si muovono verso la speranza.”
Ofer Amar, operatore dei media locali che ha frequentato questi incontri fin dall’inizio, ha così definito la spinta che lo fa sempre ritornare: “Un ambiente in cui tutti ci sentiamo come un’unica famiglia.”
Yam, partecipante di Tel Aviv, ha espresso speranza sia nel piccolo che nell’immediato: “Ciò che mi dà speranza sono i piccoli successi, perché a mio avviso sono le piccole cose a portare il cambiamento. Anche solo vedere una persona sorridere… significa che almeno in quel momento sta bene.”
Tra le voci più giovani della serata, una bambina di nome Yasminah ha fatto una osservazione molto semplice: “Ci sono persone che hanno speranza. E sempre più persone si uniscono e ci tengono.”