Un’impresa comune
Nel giorno della Carta delle Nazioni Unite, presso gli uffici della BIC di New York si è tenuto un incontro per la disamina dei principi spirituali che possono guidare il futuro dell’America come nazione all’interno della comunità delle nazioni.
9 luglio 2026
NEW YORK — La storia viene spesso raccontata come qualcosa di già definito: una sequenza di eventi lasciata in eredità a chi verrà dopo. Dall’incontro tenutosi qualche settimana fa presso gli uffici di New York della Bahá’í International Community (BIC) è scaturita l’esortazione a guardare alla storia in modo diverso: non come un’eredità predeterminata, ma come parte di un processo in evoluzione al quale sono chiamate a partecipare tutte le generazioni.
In concomitanza con l’anniversario della firma della Carta delle Nazioni Unite, in questa tavola rotonda si è discusso del ruolo degli Stati Uniti nella comunità delle nazioni e quali potrebbero essere i presupposti per un suo contributo nel futuro.
L’incontro ha segnato la conclusione di una serie di tavole rotonde pubbliche organizzate dall’Ufficio per gli Affari esterni dei bahá’í degli Stati Uniti a seguito della pubblicazione di “A Common Endeavor: Realizing the Promise of America“, un messaggio indirizzato dai bahá’í degli Stati Uniti a “tutti coloro che hanno a cuore la promessa dell’America.” La lettera è stata pubblicata in occasione del 250º anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza.
È stato preceduto da alcune tavole rotonde tenutesi nei pressi di Chicago e di Washington, D.C., in occasione delle quali è stato analizzato il ruolo della religione nella società, la costruzione della fiducia sociale e gli stimoli per un rinnovamento spirituale nella vita pubblica. Il dibattito si è svolto non lontano dalla sede delle Nazioni Unite, negli uffici dove per decenni la BIC ha collaborato con l’ONU.
Nwandi Lawson, giornalista e membro della comunità bahá’í, ha fatto da moderatrice al dibattito che ha visto i relatori prendere in esame il ruolo del Paese tra le nazioni in tre diverse realtà: il presente, il passato e il futuro.
Il presente
Christopher Lu, che ha ricoperto il ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite per la gestione e la riforma, ha osservato che il clamore degli eventi quotidiani può rendere difficoltosa una chiara visione del momento attuale. In contrasto con gli otto decenni trascorsi dalla firma della Carta, ha consigliato una visione in un arco di tempo più ampio e che tenga conto del ruolo svolto dal Paese.
Qualsiasi narrazione del ruolo ricoperto dagli Stati Uniti dal momento dell’adesione alla Carta, ha affermato Lu, resiste alle semplificazioni. Gli americani, a suo avviso, sono un popolo buono e generoso, e imperfetto, e questi due aspetti non sono in contrapposizione. L’impegno a formare quella che la Costituzione definisce “un’unione più perfetta”, prosegue, è da considerarsi continuo e non giunto a termine, e i principi su cui essa si basa non racchiudono di per sé alcuna garanzia. Libertà e uguaglianza “non sono automaticamente esecutive”, ha dichiarato. “Ogni generazione deve affrontarle da sola e farle progredire.”
Per tutto il pomeriggio l’incontro è stato pervaso dal concetto che i principi ereditati debbano nuovamente essere riconosciuti da chi li acquisisce.
Il passato
Lawson ha osservato che il presente doveva essere pur venuto da qualche parte. Anche i presenti erano saliti sulle spalle di qualcun altro.
Anna Fierst, presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Eleanor Roosevelt Center a Val-Kill, ha parlato della propria bisnonna, Eleanor Roosevelt, della quale non si parlava spesso a casa quando era bambina. Più che un’eredità, quello che lei era riuscita ad assorbire era un modo di ragionare: valutare un problema in modo autonomo, in senso globale anziché fazioso.
Della signora Roosevelt, ha detto Fierst, si ricordava il modo con cui ascoltava: qualità, ha aggiunto, diventata rara. Quando si parla con qualcuno che non condivide la nostra visione, è necessario fermarsi per capirlo.
Queste abitudini sono state riportate nella stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, quando la signora Roosevelt presiedette la Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani con il compito di tenere compatte le aspirazioni di molti popoli. Fierst ha raccontato che la sua bisnonna si era avvicinata al lavoro sentendosi impreparata. Non aveva frequentato l’università. Era consapevole di essere attorniata da studiosi ed esperti. Rappresentava l’orecchio per conto del prossimo, e tra coloro che stava ad ascoltare vi erano le donne provenienti da altre parti del mondo che facevano parte assieme a lei della Commissione e il cui contributo è stato definito sostanziale dai suoi componenti.
Karenna Gore, fondatrice e direttrice esecutiva del Center for Earth Ethics presso l’Union Theological Seminary, ha rilevato che non è un caso il fatto che le donne hanno avuto un ruolo importante nel forgiare la visione alla base della Dichiarazione Universale. Sentendosi dire che la loro esperienza era di poca importanza, ha affermato, le donne percepivano in modo diverso il contenuto di quel documento e ne parlavano con un’autorità morale molto particolare.
Fierst ha definito la Dichiarazione Universale un trampolino di lancio: uno strumento realizzato per il mondo, il cui scopo era di cambiare le cose a portata di mano. Lei ha cercato la risposta della bisnonna alla domanda su dove inizino i diritti umani universali: in posti piccoli, vicino a casa.
Alla domanda su cosa valga la pena trattenere di quell’eredità, Gore ha posto l’accento sulla convinzione che ogni persona nasce uguale in valore e dignità, e su quanto il mondo ne sia ancora ben lontano, non solo nella distanza tra ricchezza e povertà, ma anche nell’accesso agli elementi della vita stessa.
Su quella distanza la signora Roosevelt nutriva le proprie perplessità. Dopo la guerra vide il Paese riempirsi di beni, ha raccontato Fierst, e ha considerato l’attrattiva verso i consumi materiali come una distrazione dalla considerazione che ogni società deve trarre riguardo al proprio corso. Viveva in modo semplice e lo diceva apertamente in un momento in cui pochi volevano sentirlo. Tra i mali che si frappongono tra il Paese e il suo alto destino, A Common Endeavor segnala gli eccessi del materialismo.
Il futuro
In una domanda sollevata in A Common Endeavor, Lawson ha chiesto quali valori dovrebbero guidare la prossima fase di una vita globale condivisa. Il messaggio sostiene che i popoli della terra appartengono a un’unica famiglia umana, e che i risultati materiali, se non coerenti con principi spirituali e morali, possono essere altrettanto nocivi quanto benefici.
Tra le domande che lascia aperte vi è come uno spirito devozionale collettivo possa aiutare coloro che hanno credenze diverse a vivere tutta l’umanità, e tutta la vita, come un insieme interdipendente verso cui tutti hanno obblighi morali, e come questo spirito possa ridefinire la cura della terra e delle sue risorse.
Il dibattito che è seguito ha ripreso queste domande, e ogni relatore della tavola rotonda vi è giunto attraverso un percorso diverso.
Gore ha esordito con l’incipit della Carta delle Nazioni Unite, “Noi, i popoli delle Nazioni Unite”, nel quale ha sentito riecheggiare quel linguaggio che gli Stati Uniti avevano contribuito a creare. Avervi contribuito, ha detto, non è un diritto ma una responsabilità e un onore.
Il lavoro iniziato allora, così come lo aveva visto, rimane incompiuto. La Carta era stata redatta principalmente per prevenire un’altra guerra mondiale e non parlava esplicitamente della cura del mondo naturale, anche se “il diritto a un ambiente sano”, ha osservato Gore, è stato successivamente riconosciuto dall’ONU. La popolazione umana è più che triplicata da allora. I modelli di consumo che erano nati tra un numero relativamente esiguo di popoli sono stati estesi a molti di più. Qualsiasi riconsiderazione dei principi necessari per il secolo a venire, ha rilevato, deve tenere in maggior conto il rapporto dell’umanità con la terra e la natura.
Gore ha messo in risalto l’attenzione dedicata da A Common Endeavor al rinnovamento spirituale, affermando di aver riconosciuto nel mondo naturale una forza vitale che ha definito “spirito”. Riconoscerlo, ha concluso, fa parte del rinnovamento ora necessario.
Per mettere più nitidamente a fuoco le idee del messaggio, Fierst ha voluto leggere un passaggio che si era annotata: “che possiamo adoperarci nel servizio, ampliare il nostro cerchio di interesse, cercare l’armonizzazione dei nostri interessi con quelli degli altri e lavorare per un beneficio reciproco,” e “… può imparare insieme ad altri come mettere in pratica le verità più nobili in contesti specifici.” Ha affermato che il messaggio si riferiva al valore di una vita di servizio volta al bene degli altri, in qualsiasi ambito si trovi.
Riflettendo sulla serie di forum che hanno celebrato il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, Kenneth Bowers, Segretario dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá’í degli Stati Uniti, ha detto che gli incontri hanno rivelato una disponibilità a confrontarsi con le questioni morali e spirituali che il Paese si trova ad affrontare.
“Quando una conversazione inizia con ciò che le persone sperano per sé stesse, per le loro famiglie e per le loro comunità,” ha detto Bowers, “presto viene fuori che dalla vita vogliono tutte ‘proprio’ le stesse cose.”
Una volta messesi d’accordo su quel ‘proprio’, diventa più facile affrontare le difficoltà insieme. “Tutto comincia,” ha detto, “dai punti di unità.”
PJ Andrews, direttore dell’Ufficio per gli Affari esterni, ha posto l’accento sul titolo del messaggio: A Common Endeavor (Un’impresa comune). Gli Stati Uniti, si rileva nel messaggio, sono in molti modi un microcosmo del mondo, e il lavoro di promozione dell’unità nella diversità fa parte della ricerca di modi di vivere che possano favorire la pace in patria e in tutto il resto del mondo. Questa, dice il messaggio, è “la promessa dell’America.” Ospitare l’incontro a New York ha offerto un assaggio di quella promessa. “Il mondo è a New York City,” ha detto Andrews.