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Reinterpretare la storia dell’America – IN CHE MODO L’UNITÁ E LA GIUSTIZIA POSSONO PLASMARE LE NARRAZIONI NAZIONALI

In un simposio organizzato dai bahá’í degli Stati Uniti viene analizzato il modo in cui le storie fondate sull’unità e sulla giustizia possano inquadrare nella stessa cornice le dolorose realtà del Paese e le aspirazioni collettive.

30 Settembre 202

WASHINGTON, D.C. – Più di un secolo fa, la prima comunità bahá’í americana tenne la prima Conferenza sull’Amicizia razziale, un raduno che non ha precedenti sull’approfondimento del modo in cui la consapevolezza dell’unità fondamentale del genere umano può sanare divisioni apparentemente irrisolvibili. Mentre gli Stati Uniti si avvicinano al 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza, oggi il simposio “Advancing Together” (Avanzare insieme n.d.t.) tenutosi a Washington, D.C. ricorda quell’eredità per una disamina delle narrazioni grazie alle quali gli americani si capiscono.

Foto scattata in occasione della seconda Race Amity Conference (Conferenza sull’Amicizia razziale), organizzata dalla comunità bahá’í degli Stati Uniti nel dicembre 1921.

Il simposio, organizzato dall’Ufficio degli Affari esterni dei bahá’í degli Stati Uniti e concepito come un’attività ininterrotta, quest’anno ha avuto come tema le Narrazioni dell’America. Molti degli oltre 40 partecipanti – studiosi, rappresentanti di organizzazioni della società civile, comunità religiose e funzionari pubblici – sono impegnati da tempo in questo dibattito e hanno reso l’incontro uno spazio di riflessione su un processo di apprendimento comune e il passo successivo di un’iniziativa in atto.

Insieme, hanno approfondito il modo in cui le narrazioni fondate sull’unità e sulla giustizia possono tenere inquadrate nella stessa cornice le dolorose realtà del Paese e le aspirazioni comuni, incrementando il senso di appartenenza collettiva e, al tempo stesso, chiamando ognuno a un ruolo costruttivo nelle vicende della storia della nazione.

 Il simposio ha analizzato il modo in cui le narrative fondate sull’unità e sulla giustizia possono rafforzare l’appartenenza e promuovere tra la gente un dibattito costruttivo.

 Il simposio, organizzato dall’Ufficio degli Affari esterni dei bahá’í degli Stati Uniti, ha accolto oltre 40 partecipanti — studiosi, rappresentanti di organizzazioni della società civile, comunità religiose e funzionari pubblici.

«Questo progetto ci invita a immaginare ciò che non è ancora stato immaginato», ha detto P.J. Andrews dell’Ufficio degli Affari esterni dei bahá’í degli Stati Uniti. «Le narrazioni possono aiutarci a vedere non solo chi siamo stati, ma chi potremmo diventare, radicati nella nostra umanità comune e dignità intrinseca».

Metafore costruttive per l’armonia

Il simposio ha messo in risalto un crescente riconoscimento del superamento di metodi conflittuali verso il cambiamento sociale per giungere a quanto i partecipanti hanno descritto come “l’intreccio” di narrazioni diverse.

«Quando, in contrapposizione con l’atteggiamento usuale e spesso conflittuale che assumo quando mi trovo ad affrontare le questioni razziali, penso all’intreccio, riconosco che forse è il momento di cambiare la mia impostazione», ha dichiarato Anika Prather, insegnante presso la Catholic University of America, lasciando sottintendere che il confronto potrebbe lasciare il posto a una collaborazione più profonda.

Riallacciandosi alla propria esperienza di artista, ha osservato come materiali diversi, se pur ognuno con trame e qualità distinte, creino bellezza quando vengono intrecciati insieme, non malgrado le loro differenze, bensì grazie ad esse.

Questa metafora della tessitura è riecheggiata in ogni dibattito, rivelando come il principio bahá’í dell’unità nella diversità abbia influenzato l’orientamento del simposio. Piuttosto che cercare l’uniformità, i partecipanti hanno analizzato il modo in cui poter intendere le diverse esperienze dell’America come fili di complemento di un grande arazzo.

L’identità universale dell’essere umano come fondamento

Attorno ad un concetto espansivo dell’identità, al di là delle categorie tradizionali e verso il riconoscimento dell’unità essenziale del genere umano, è scaturito un tema fondamentale.

Nel suo intervento al simposio, Sheena Mason, professoressa e fondatrice di Togetherness Wayfinder, ha parlato del superamento delle concezioni sulla razza verso narrazioni più unificanti.

Shahrzad Sabet, co-direttrice del Center on Modernity in Transition, ha presentato una ricerca che rileva che le identità sociali convenzionali, pur procurando una certa sicurezza, creano anche un’instabilità persistente perché implicitamente esse escludono alcune persone.

«A differenza di tutte le altre identità, un’identità umana universale non è esclusivistica», ha spiegato la dottoressa Sabet. “Per quanto concerne la comunità degli esseri umani… essa non ha parametri di alterità”. Ha affermato, inoltre, che solo “inglobando saldamente la nostra americanità nel riconoscimento della nostra unità essenziale come esseri umani, possiamo finalmente liberare la storia americana dalle instabilità e dalle esclusioni che l’hanno sempre afflitta”.

Nel dibattito si è analizzato il modo in cui le strutture prevalenti della giustizia razziale possono involontariamente rafforzare proprio quelle categorie che cercano di trascendere. Sheena Mason, professoressa e fondatrice di Togetherness Wayfinder, ha messo in guardia contro quella che definisce la “trappola epistemica della razzializzazione”.

Ha precisato che: «Negli Stati Uniti molte delle narrazioni dominanti sull’identità non sono sostanziali bensì storie, storie scritte nella legge, nella scienza, nei media e nell’istruzione. Vengono create per mantenere linee di divisione e conflittualità che avvantaggiano solo una piccola percentuale della gente».

La dottoressa Mason ha posto l’accento sul fatto che, mentre la razza è reale nei suoi effetti, non è reale nella sua essenza: «La trappola è che noi cominciamo a credere che ci dica qualcosa di vero sulla nostra umanità. Anche combattere contro di essa spesso ci tiene all’interno della sua struttura». Ha, infine, invitato i partecipanti a immaginare narrazioni che vadano oltre il retaggio di questi assunti, creando “un futuro veramente umanizzante, giusto e migliore per tutti”.

Due relatori intervenuti all’evento: Daniel Yudkin (in alto), direttore del Beacon Project presso More in Common; e Shahrzad Sabet (in basso), co-direttrice del Center on Modernity in Transition.

Come ha osservato Selvi Adaikkalam Zabihi dell’Ufficio degli Affari esterni: «Il principio cardine della Fede bahá’í è che siamo una famiglia umana. Questa è una verità ontologica… e noi possiamo prosperare su questo pianeta solo laddove siamo in grado esprimere nelle nostre vite, collettivamente e individualmente, questa realtà di fondo».

Potenziale individuale e responsabilità collettiva

Daniel Yudkin, direttore dell’organizzazione senza scopo di lucro Beacon Project presso More in Common, ha analizzato il modo in cui il riconoscimento del potenziale individuale si ricollega alla responsabilità collettiva.

Ha approfondito il concetto che “tutti hanno un dono”, precisando che la giustizia esige che la società crei le condizioni necessarie perché tutti possano prosperare, mentre ogni singola persona ha la responsabilità di usare il proprio talento a beneficio degli altri.

«Il mio sviluppo personale non è solo qualcosa che faccio per me stesso, ma anche qualcosa che faccio per la mia comunità», ha spiegato il dottor Yudkin, descrivendo l’interconnessione tra la prosperità individuale e il progresso sociale.

Narrazione onesta e verità storica

I partecipanti hanno affrontato il tema di come raccontare storie veritiere sul passato dell’America che non nascondino realtà dolorose né lascino alcun gruppo permanentemente escluso dal futuro della nazione.

Adam Rothman, studioso di storia alla Georgetown University, ha così inquadrato questa sfida: «Come facciamo a raccontare una storia vera che sia anche unificante e valorizzante? A volte la storia può lasciare le persone disilluse o con un senso di impotenza. Quindi, quali sono le narrazioni storiche che possiamo raccontare e che travalichino questo tipo di emozioni e lascino alle persone la sensazione di poter fare qualcosa per cambiare il mondo?”

I partecipanti al simposio hanno analizzato come il riconoscimento dell’unità essenziale del genere umano possa espandere i concetti di identità oltre le categorie tradizionali.

Il progetto Narrazioni dell’America ha lavorato per quello che i partecipanti hanno definito “un linguaggio che eleva tutti”: sviluppare un vocabolario che riconosca i torti storici e dia a tutti un ruolo costruttivo nel progresso. Tra questi concetti figurano “l’orientamento all’apprendimento” e l’idea di “un processo di crescita e maturazione”.

I partecipanti hanno analizzato quali caratteristiche potrebbero definire una società che ha raggiunto, sia materialmente che spiritualmente, stadi di sviluppo più elevati, travalicando i modelli adolescenziali di competizione verso forme più mature di responsabilità collettiva.

Verso il 2026

Il simposio rientra nell’ambito dei vari contributi dell’Ufficio per gli Affari esterni al discorso nazionale sulla giustizia razziale in senso lato, mentre l’America si avvicina al suo 250° anniversario nel luglio 2026.  

Rebecca Shoot, co-organizzatrice del Gruppo di Lavoro di Washington per la Corte Penale Internazionale, ha espresso il proprio apprezzamento per il peculiare obiettivo dell’incontro. «In questa città teniamo frequentemente dibattiti sulla politica, sull’ideologia, ma ne organizziamo raramente sull’umanità», ha osservato.

È in programma per i prossimi mesi una nuova riunione del gruppo per valutare i progressi e sviluppare ulteriormente gli spunti di riflessione di questo processo di apprendimento comune.

 Il simposio ha favorito il dialogo tra i partecipanti e le loro riflessioni sulle implicazioni del progresso, per le proprie aree di attività, di una narrazione comune.

Andrews ha messo in risalto, in un suo commento sul simposio, la narrazione costruttiva come importante mezzo di collegamento in una società pervasa da profonda frammentazione, solitudine e polarizzazione.

Richiamandosi agli spunti di riflessione tratti dal Narratives of America Project, egli ha dichiarato: «Raccontare la propria storia e ascoltare a fondo quella di un altro significa riconoscere la nostra interdipendenza.

«L’impegno di creare storie oneste e unificanti dell’America”, ha continuato, “è un lavoro generazionale. Solo tessendo narrazioni fondate sull’unità e sulla giustizia possiamo piantare i semi per un futuro più coeso e autentico».

 Foto di gruppo dei partecipanti al simposio.

Il luogo dove si è tenuto il simposio si trova ad un solo isolato di distanza da dove ‘Abdu’l-Bahá parlò a Washington il 24 aprile 1912 in occasione di un raduno. Le Sue parole di allora riecheggiano nei temi trattati dai partecipanti:

«Un incontro come questo è come una bella manciata di gioielli preziosi, perle, rubini, diamanti, zaffiri. È fonte di gioia e delizia. Qualunque cosa contribuisca all’unità del mondo umano è accettabile e lodevole. Qualunque cosa sia causa di discordia e disarmonia è rattristante e deplorevole. Considerate il significato dell’unità e dell’armonia».