11 aprile 2025
BRASILIA — Quando diversi attori sociali – siano essi giudici o leader religiosi, funzionari governativi oppure organizzazioni di base – espongono le proprie opinioni ma, al di là delle posizioni istituzionali, si impegnano in un dialogo sincero, emerge una profonda consapevolezza: il cammino verso la trasformazione della società non è lastricato di iniziative isolate, ma di una disamina collettiva dei fondamenti stessi della giustizia.
Nei forum di discussione questa esperienza si sviluppa attraverso “Costruire una prospettiva per una società più equa”, un’iniziativa dell’Ufficio degli Affari esterni dei bahá’í del Brasile in collaborazione con l’Università Internazionale delle Periferie (Uniperiferias) e sotto il patrocinio del Ministero dei Diritti umani e della Cittadinanza del Brasile.
“In Brasile, la ricerca della giustizia sembra essere un tema che accomuna un gran numero di organizzazioni. Molte di esse contemplano il proprio operato alla luce del contributo apportato alla creazione di una società più giusta”, ha spiegato, in un’intervista al News Service, Luiza Cavalcanti, membro dell’Ufficio degli Affari esterni.
Avviati nel 2024, questi dibattiti hanno visto impegnati oltre 200 partecipanti provenienti dal mondo accademico, dalla società civile e dalle comunità religiose di Brasilia, Manaus, Rio de Janeiro, Salvador e San Paolo.
Guardare oltre la frammentazione
L’Ufficio per gli Affari esterni afferma che. per quanto numerose siano le iniziative che in Brasile lavorano per la giustizia sociale e trattano temi come la riduzione della povertà, i diritti delle donne, l’uguaglianza razziale e la protezione dell’ambiente, e pur condividendo obiettivi comuni, queste attività operano spesso in modo isolato.
Luiza Cavalcanti ha osservato che questa frammentazione rappresenta un serio ostacolo a un progresso significativo. “Nonostante l’impegno comune, le dinamiche di interazione tra le diverse iniziative possono frenare l’apprendimento collettivo. Le lezioni ricavate nel contesto di un’agenda specifica raramente si estendono ad altre battaglie, facendo sì che il tema principale venga affrontato in maniera frammentaria e superficiale”.
Funzionari governativi, leader religiosi e rappresentanti della società civile impegnati in un profondo dibattito svoltosi durante le tavole rotonde organizzate dall’Ufficio per gli Affari esterni dei bahá’í del Brasile per una disamina delle basi comuni e del progresso sociale.
L’iniziativa dell’Ufficio è incentrata sul concetto che la trasformazione sociale richieda un’azione collettiva più coerente. Mentre le organizzazioni spesso riconoscono questa necessità a livello intellettuale, le strutture tradizionali coinvolte spesso consolidano le divisioni piuttosto che l’armonia.
“Persino all’interno della stessa agenda sembra prevalere una logica competitiva, che contraddistingue il rapporto con il potere come qualcosa da ‘catturare’ o ‘proteggere'”, ha rilevato Luiza Cavalcanti.
L’iniziativa ha risposto a questa sfida favorendo una concezione sostanzialmente diversa del potere, non come risorsa finita, ma come capacità di trasformazione collettiva che si sviluppa attraverso il servizio, l’umiltà e l’azione unitaria.
“Le organizzazioni che operano per la stessa causa spesso competono per lo spazio, l’egemonia, le agende e le risorse”, ha proseguito, “creando un ambiente di sfiducia, mancanza di dialogo e poca collaborazione”.
Tuttavia, la notevole risposta a questa iniziativa mette in evidenza un concetto profondo: quando viene messo a disposizione l’ambiente giusto, queste stesse organizzazioni abbracciano con entusiasmo le opportunità di una collaborazione autentica.
Strutturate in modo ponderato, le tavole rotonde hanno creato un ambiente nel quale i partecipanti possono allontanarsi da schemi di pensiero modellati sulla base dei loro ruoli istituzionali, il che gli consente di affrontare in modo più libero i concetti e di ricollegarsi allo scopo più profondo che costituiva l’ispirazione originale del loro lavoro.
“Nel mio lavoro, ciò che è cambiato in particolare è una maggiore chiarezza sulla necessità di creare spazi di dialogo e cooperazione”, ha osservato in un’intervista al News Service Felipe Moulin, direttore dell’Università Internazionale delle Periferie. “Non solo questo ci consente di perseguire obiettivi comuni, ma anche di parlare la stessa lingua, adottare strategie collettive e sostenerci a vicenda per ottenere progressi concreti in termini di diritti”.
Il progetto è stato elaborato attorno ad un esame approfondito di quattro temi fondamentali, ognuno dei quali affrontato in occasione di incontri su base mensile: la promozione della dignità umana, l’importanza della partecipazione sociale, lo smantellamento di una cultura della violenza e l’edificazione di una cultura di pace.
Arricchire la comprensione collettiva
L’approccio di questo progetto ha favorito tra i partecipanti una ricca comprensione dei concetti comuni, consentendo loro di costruire relazioni travalicanti quelle dinamiche competitive che a volte possono caratterizzare le interazioni tra le organizzazioni all’opera per la giustizia sociale.
L’impegno è stato focalizzato sul riconoscimento che il presupposto di un’autentica trasformazione sociale è un’analisi più profonda dei sottostanti valori e credi, che promuovono oppure ostacolano la giustizia e la pace. I partecipanti hanno rilevato che per una risposta alle ingiustizie strutturali, come la disuguaglianza, il razzismo e la violenza di genere, è indispensabile la coltivazione di valori e principi quali la cooperazione, l’uguaglianza tra donne e uomini, la cura reciproca e l’unità nella diversità.
Organizzate nelle città di tutto il Brasile, le tavole rotonde hanno creato per diverse voci uno spazio straordinario inteso a superare la frammentazione, e a scoprire valori e aspirazioni comuni nel perseguimento di una società più giusta.
Tra gli interessanti spunti di riflessione scaturiti dalle tavole rotonde c’è l’idea che la pace debba essere intesa non solo come assenza della violenza, ma come un processo dinamico e sfaccettato. “L’assenza della violenza non equivale alla pace, così come l’assenza di malattie non è sinonimo di salute”, si legge in un memorandum preparato dall’Ufficio per gli Affari esterni in vista dei dibattiti. Pertanto, la pace deve essere costruita attivamente attraverso interazioni guidate, tra vari altri principi, dalla giustizia, dalla cooperazione e dall’unità.
I dibattiti hanno inoltre approfondito come i valori sociali prevalenti, quali il consumo eccessivo, l’autogratificazione e la competizione, possano perpetuare le divisioni e ostacolare un autentico progresso collettivo. Questa disamina critica dei valori ha indotto i partecipanti a riconsiderare i concetti prevalenti che modellano le relazioni sociali, in particolare la natura stessa del potere.
I partecipanti hanno anche analizzato il modo in cui la dignità umana può estendersi oltre i diritti individuali per abbracciare la responsabilità collettiva e l’interconnessione.
“Non si può realizzare pienamente la vera dignità se si rimane isolati”, precisa un’indicazione di massima, “bensì attraverso una partecipazione significativa alla comunità, alla quale ogni singola persona contribuisce e del cui benessere collettivo beneficia”.
Tra i partecipanti è sorta la consapevolezza collettiva che la promozione di una cultura di pace e giustizia richiede un cambiamento non solo nelle politiche e nelle strutture sociali, ma fondamentalmente nel modo in cui le persone, le istituzioni e le comunità concepiscono le loro relazioni e i loro ruoli nella società.
Nutrire la speranza attraverso il dialogo
I partecipanti hanno sottolineato come il progetto abbia alimentato la speranza creando gli spazi per un dialogo significativo.
In un’intervista al News Service, Hildete Souza, coordinatrice per la lotta alla tratta di esseri umani nello Stato di Bahia, ha dichiarato: “Il progetto ha permesso la costruzione di una prospettiva sulla giustizia basata sulla valorizzazione della diversità. Tutti erano seduti in cerchio, indipendentemente dalle differenze. Per tutto il programma abbiamo dato priorità a un dialogo fondato sull’uguaglianza e sul rispetto, che ci ha aiutato a crescere come persone, come comunità, come istituzioni e come società”.
Durante una tavola rotonda a Manaus, i partecipanti hanno riflettuto sul mantenimento della dignità umana come processo collettivo interconnesso con la cura di ambienti costruttivi.
Lo studioso e psicoanalista Tadeu Ferreet ha sottolineato come lo scambio delle esperienze maturate abbia generato un maggiore ottimismo: “Nello scambio di esperienze e nelle storie personali che sono state condivise si è manifestata una forte speranza. Man mano che ogni partecipante raccontava le iniziative di successo nelle proprie località è apparso chiaro che il cambiamento è già in corso in diversi quartieri, città e stati dell’intero Paese”.
Uno sguardo al futuro
Mentre il progetto entra nella sua seconda fase, l’attenzione si sta spostando dalle valutazioni concettuali all’applicazione pratica. L’Ufficio bahá’í per gli Affari esterni si propone ora di individuare le esperienze concrete che traducano questi principi fondamentali in azione.
Riflettendo sull’iniziativa, durata un anno, Luiza Cavalcanti ha osservato: “Abbiamo scoperto che alla base delle varie forme di lavoro per la giustizia sociale c’è un desiderio di unità di visione e di intenti nella vasta base degli attori sociali. I nostri incontri hanno dimostrato che, quando le persone riflettono collettivamente su concetti come la dignità umana e la partecipazione significativa, imparano gli uni dagli altri e questo trasforma il modo in cui si impegnano nel loro lavoro”.
Ha poi aggiunto: “Nei prossimi mesi esamineremo come i principi fondamentali, se compresi più a fondo, possono portare a cambiamenti concreti nelle comunità, come rimodellano le relazioni, informano i processi decisionali e ispirano l’azione collaborativa”.
Attraverso questo continuo processo di riflessione e azione, il progetto sta lavorando per creare ciò che Ogan Elias Conceição, professore e membro coordinatore del CONIRB (un consiglio interreligioso), ha descritto come “una riformulazione dei concetti che ci offrirà la possibilità di una vita più armoniosa, nella quale la giustizia – e di conseguenza la dignità umana – è un bene comune condiviso”.